Cara Serena,
Non
posso certamente arrogarmi il diritto di rispondere alla tua lettera aperta in
nome e per conto di Matteo Renzi, ma vorrei dare un contributo alla interessante
riflessione da te proposta.
Come
ben sai, ci stiamo tutti preparando agli importantissimi congressi locali e
provinciali e, avendone discusso insieme tante volte di persona, condividiamo
larga parte delle critiche da te mosse al nostro partito, ancora evidentemente
in stato confusionale dopo la disastrosa gestione degli ultimi tempi.
Ritengo
francamente che il dialogo tra Renzi e Civati, come tra di noi a livello
locale, non solo sarebbe opportuno ma certamente auspicabile. E non solo in
chiave congressuale: non sfugge a nessuno, infatti, che il futuro (anche molto
prossimo) del PD passerà in larga parte da questi due nomi.Tuttavia non posso
non muoverti (e non me ne vorrai, visto la nostra amicizia) una critica “di
metodo” nella tua analisi, a mio giudizio un po’ troppo ancorata ad una
questione di lotte intestine.
Questo
partito ha sofferto per troppi anni della mancanza di elaborazione politica
degna di questo nome, costantemente chiuso in se stesso e affancendato in logiche
di spartizione del potere che poco hanno a che fare con la politica con la “P”
maiuscola. Il tutto è stato tenuto in piedi dalla costante idea della “Santa
Crociata contro il nemico”, e infine nascosto dietro un velo di finta coesione sul
cui altare si poteva sacrificare ogni idea. Ricordo ancora con un po' di rammarico
quando, più o meno 10 anni fa, da giovane responsabile della Sinistra Giovanile
venivo redarguito dai dirigenti dei DS per le mie lamentele con un solenne
“prima le alleanze, poi i programmi!”
Per
tanto tempo, e tu lo sai bene, il fragile meccanismo si è basto sul compromesso
al ribasso, qualunque opinione andava prima filtrata, riveduta, corretta e alla
fine devitalizzata per non offendere nessuno. Alla fine di questo meccanismo ci
siamo trovati con un partito che dopo una sconfitta elettorale inaspettata si è
disintegrato in mille correnti (con l’unica eccezione di noi definiti “renziani” J), dove se chiedi una opinione politica a 4
iscritti, ti ritrovi con 4 idee e 4 partiti differenti.
A
questo punto, penso che per avere “vera” innovazione sia necessario
innanzitutto non ripetere noi stessi gli errori del passato. Il primo da non
fare é quello di continuare a cercare coesione “contro qualcosa” e non “per
fare qualcosa”. Gli ultimi vent’anni dovrebbero averci insegnato che quella
strada non porta da nessuna parte e che spesso, al contrario, per sconfiggere
un avversario devi semplicemente in primo luogo dimostrarti migliore e più
bravo di lui.
Il
congresso di un grande partito come aspira ad essere il PD, soprattutto in una
fase come questa, non può risolversi in una ennesima “Santa Alleanza”, anche se
fosse contro un apparato ormai più simile all’orchestrina del Titanic con
l’acqua ai piedi, ma dovrebbe essere il momento di maggior trasparenza e
confronto tra legittime opinioni differenti per una coesione DOPO il congresso.
E
questo mi porta al secondo errore fondamentale da non fare a mio giudizio:
continuare una discussione politica tenendo sullo sfondo una idea di partito
che guarda al proprio ombelico, che si accapiglia su tematiche di corrente, che
è un continuo campo di battaglia tra modi di intendere la politica.
Problematiche che possono impegnare chi lo vive dentro, ma che non interessano
i cittadini se non nella stessa misura di una partita di calcio.
Ritengo
che la vera carica innovativa di Renzi sia stata proprio l’idea che il partito
è importante, ma è uno strumento che non può essere fine a se stesso. Prima
vengano le idee! Un partito é un fondamentale luogo di discussione ed
elaborazione politica (se funziona), ma che trova un senso e la propria ragione
di esistere in relazione agli obbiettivi e ai risultati che ci si prefigge per
il governo della comunità a cui ci si rivolge.
Alla
fine, cara Serena, personalmente condivido il percorso di Matteo Renzi fin
dalla primo “Big Bang” alla stazione
Leopolda, e non l’ho mai sentito fare politica rivendicando il ruolo di unico
innovatore o di avere la verità in tasca come non l’ho mai sentito attaccare
Civati. Io e tanti altri abbiamo condiviso e condividiamo il suo progetto
perché lo abbiamo sentito proporre una visione nuova di partito e del paese,
programmi, soluzioni e nuovi metodi di intendere la politica.
Lo
abbiamo visto sempre tenere la porta aperta per chiunque volesse ascoltare, senza
alzare nessuno steccato. Lo abbiamo visto, con estrema generosità, appoggiare
candidati del partito che non la pensavano come lui. La stessa Serracchiani,
che tanto aveva collaborato con Civati, ha visto in Matteo l’unico aiuto in una
campagna elettorale in cui era stata abbandonata a se stessa.
Per cui sentiamoci! Vediamoci! Ma non
discutiamo di apparato. Discutiamo se vogliamo un PD che parli a tutte le fasce
sociali o che voglia solo scendere in piazza a protestare. Discutiamo se
immaginiamo un’Italia in cui sa prioritario abolire l’IMU (il cui gettito
proviene, per l’80% circa, dai cittadini più abbienti) piuttosto che l’IRPEF
(il cui gettito proviene per l’80% circa dalle fasce meno abbienti) e l’IRAP
come misure per rilanciare l’economia. Discutiamo se siamo d’accordo che a
Ravenna, da oltre vent’anni, sia mancata una seria pianificazione dello
sviluppo, se non sia il caso di ricominciare a farlo ed in che termini.
Discutiamo di politica e non di tattica, per
non trovarci a scoprire per l’ennesima volta, dopo l’ennesimo congresso, che “forse
tanto coesi non eravamo” e che, all’atto pratico di parlare con i cittadini e
gli elettori, non riusciamo di nuovo ad andare oltre il “giaguaro da smacchiare”
e “l’usato garantito”. Parliamo di idee e non di personalità, e sono sicuro che
troveremo molti più punti in comune che discutendo di Pippo e di Matteo.
Giuseppe Roccafiorita
presidente Ago.Ra

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